Dall'economia dell'attenzione all'economia dell'intimità: come l'AI sta cambiando il nostro rapporto con la tecnologia

Per anni la tecnologia ha cercato la nostra attenzione. Oggi sta accadendo qualcosa di diverso.
L'economia digitale degli ultimi vent'anni è stata costruita intorno a una risorsa precisa: il nostro tempo.
Scroll, visualizzazioni, like, click, notifiche.
Il successo delle piattaforme si misurava anche attraverso la capacità di mantenerci davanti allo schermo.
L'intelligenza artificiale generativa introduce però un cambiamento importante.
Non dobbiamo necessariamente guardarla per ore.
Dobbiamo parlarle.
Ed è una differenza sostanziale.
Perché quando conversiamo con un sistema di intelligenza artificiale non produciamo soltanto interazioni.
Possiamo raccontare dubbi, paure, aspirazioni, problemi professionali, relazioni difficili, insicurezze e decisioni che non sappiamo prendere.
Stiamo passando, almeno in parte, dall'economia dell'attenzione a quella che possiamo definire economia dell'intimità.
Da “scrivimi una mail” a “aiutami a capire cosa voglio”
La prima grande ondata dell'AI generativa è stata raccontata soprattutto attraverso la produttività.
Scrivere testi.
Riassumere documenti.
Generare idee.
Tradurre.
Analizzare informazioni.
Ma l'utilizzo delle persone sta rapidamente diventando più articolato.
Una parte degli utenti chiede ai sistemi conversazionali anche di aiutarli a organizzare pensieri, affrontare dubbi o riflettere su scelte personali.
Un'analisi pubblicata da Harvard Business Review nel 2025 ha mostrato quanto gli utilizzi della generative AI si stiano distribuendo tra bisogni professionali e personali. Parallelamente, OpenAI e MIT Media Lab hanno iniziato a studiare sistematicamente quello che definiscono affective use, cioè l'utilizzo dell'AI che coinvolge dimensioni emotive e relazionali.
La ricerca OpenAI–MIT ha analizzato milioni di conversazioni e quasi mille partecipanti in uno studio controllato. Un risultato importante è che l'interazione emotiva rappresenta ancora una quota minoritaria dell'uso complessivo di ChatGPT. Tuttavia, negli utenti che utilizzano molto intensamente questi strumenti emergono correlazioni con maggiore dipendenza emotiva e uso problematico.
Non significa che utilizzare un chatbot renda automaticamente soli.
Significa qualcosa di più interessante: gli effetti dipendono da come lo utilizziamo, per quanto tempo, dalla nostra situazione e dal significato che attribuiamo alla relazione.
Perché può essere così facile confidarsi con un'AI?
C'è una caratteristica dei chatbot che non va sottovalutata: riducono alcuni dei rischi sociali tipici delle relazioni umane.
Una macchina:
non appare annoiata;
non interrompe perché è stanca;
non deve trovare “il momento giusto”;
può essere disponibile in qualsiasi momento;
non mostra apertamente giudizio;
permette di riformulare la stessa domanda molte volte.
Per una persona che attraversa un momento di incertezza, questa disponibilità può essere estremamente rassicurante.
Pensiamo al lavoro.
Dire a un collega:
“Ho paura di non essere più all'altezza.”
Dire al proprio responsabile:
“Non so più se questo lavoro fa per me.”
Dire alla famiglia:
“Vorrei cambiare completamente strada.”
può essere difficile.
Scriverlo a un chatbot può sembrare molto più semplice.
Ed è proprio qui che l'AI smette di essere percepita esclusivamente come strumento.
Può iniziare a essere percepita come interlocutore.
AI companion: quando il software diventa presenza
Non è un fenomeno puramente teorico.
Microsoft, presentando l'evoluzione di Copilot nel 2024, ha descritto esplicitamente una visione dell'AI capace non solo di risolvere problemi, ma anche di supportare, insegnare e accompagnare le persone, sottolineando al contempo la necessità che la tecnologia rafforzi i legami umani.
Esistono inoltre piattaforme nate specificamente come AI companion.
Il loro valore percepito non deriva soltanto da ciò che “sanno fare”, ma dal fatto che:
ricordano;
rispondono;
si adattano;
sono disponibili;
sviluppano continuità conversazionale.
Ed è qui che nasce una domanda importante:
quando un'interfaccia diventa abbastanza personale da farci dimenticare che stiamo utilizzando un'interfaccia?
L'AI può essere un ponte oppure una stanza chiusa
La questione non dovrebbe essere affrontata con una contrapposizione semplicistica tra tecnologia buona e tecnologia cattiva.
L'AI può essere molto utile.
Può aiutarmi a preparare una conversazione difficile.
A mettere ordine nei pensieri prima di chiedere un aumento.
A identificare alternative professionali.
A prepararmi per una sessione di coaching.
A trovare parole per descrivere una situazione che non riesco ancora a comprendere.
In tutti questi casi la tecnologia funziona come ponte verso la realtà.
Il problema nasce quando diventa il luogo nel quale evitare sistematicamente quella realtà.
Se invece di aiutarmi a parlare con qualcuno mi permette di non farlo mai, il ponte rischia di trasformarsi in una stanza chiusa.
Uno studio del MIT Media Lab sui companion chatbot ha evidenziato proprio questa eterogeneità: per alcuni utenti l'interazione può sostenere fiducia e connessione, mentre per altri può essere associata a maggiore isolamento. Non esiste quindi un effetto unico valido per tutti.
La vera AI literacy riguarda anche le relazioni
Saper usare l'intelligenza artificiale non può significare soltanto conoscere prompt, modelli e strumenti.
Dovremo imparare anche a porci domande come:
Perché sto aprendo questa chat?
Sto cercando informazioni o rassicurazione?
Questa conversazione mi aiuta ad agire o mi permette di evitare una decisione?
Sto usando l'AI per capire meglio le persone oppure per sostituirle?
Sono domande che riguardano direttamente il futuro del lavoro e il benessere professionale.
Perché più gli strumenti diventeranno capaci di simulare ascolto, empatia e presenza, più sarà importante riconoscere il confine tra supporto tecnologico e relazione umana.
La tecnologia migliore dovrebbe riportarci nel mondo
La questione non è impedire alle persone di costruire un rapporto personale con l'AI.
Probabilmente accadrà sempre di più.
La sfida sarà progettare e utilizzare questi strumenti affinché aumentino autonomia e consapevolezza, invece di creare dipendenza.
L'AI più utile non è necessariamente quella che ci fa sentire meno soli.
Potrebbe essere quella che, dopo averci ascoltato, ci aiuta a tornare nel mondo reale con una domanda migliore, una decisione più consapevole o il coraggio di iniziare una conversazione.